I tacchini non ringraziano di Andrea Camilleri

Recensione di Elisa Benni

Andrea Camilleri dà alle stampe un libro scritto oltre 10 anni fa che parla delle sue esperienze con il mondo animale e lo fa dedicandolo ai suoi pronipotini dopo che in un’inchiesta svolta tra i bambini è emerso che secondo la maggioranza “il pollo non esiste allo stato naturale, ma viene prodotto in fabbriche apposite, vale a dire che è artificiale. Tanto artificiale che – sempre secondo i bambini interpellati – la fabbrica ne immette in commercio due tipi diversi: pollo crudo (per gli sfiziosi che se lo vogliono cucinare come credono) e pollo arrosto“.

La maggior parte dei bambini delle ultime generazioni infatti non ha, se non per merito di eventi appositamente congegnati da scuola o genitori, esperienza diretta col mondo animale, soprattutto campestre, cosa invece più che usuale per le generazioni precedenti. Il paradosso si esplicita nel pensare che nel giro di due generazioni si sia passati da allevare i polli a non sapere che siano esseri viventi e non qualcosa di artefatto che nasce surgelato cucinato senza testa con 8 zampe, 8 cosce e altrettante ali.

Camilleri propone in questo libro una serie di episodi della sua lunga vita che coinvolgono animali più o meno selvatici aprendo al lettore una dimensione intima, famigliare e personale. Tutti i racconti sono infatti legati a momenti di vita vissuta che hanno coinvolto animali e membri del “clan Camilleri” e Camilleri stesso dall’infanzia all’età avanzata. Vengono inoltre tratteggiati ritratti affettuosi e nostalgici degli animali che hanno fatto parte della sua famiglia. Tutto l’insieme proposto come una serie di aneddoti raccontati come se fossero l’intrattenimento proposto dallo scrittore ad una cena dove attorno al tavolo, insieme alla sua famiglia, ci fosse anche il lettore.

Si farà allora la conoscenza di Pimpigallo, il pappagallino che aveva imparato ad imitare alla perfezione Camilleri tanto da beffare anche sua moglie e sua suocera. Scopriamo che i maiali, quando si ubriacano, non sono tanto dissimili dagli umani tanto che “si stavano inventando una quantità di spassi. Due giocavano con la palla di un mio cuginetto, due si sollazzavano a saltare l’uno sulla groppa dell’altro, il quinto forse aveva la sbornia triste perché teneva in bocca un mazzetto di fiori di campo e se ne stava in un angolo malinconicissimo.
Poi cambiarono gioco. Uno, col muso, spingeva la palla il più lontano possibile e gli altri tre si lanciavano all’inseguimento. Strillavano come a una partita di calcetto.

E ci viene proposto uno spunto di riflessione: se visto dal punto di vista del tacchino, nel giorno del ringraziamento c’è ben poco da ringraziare essendo sostanzialmente il loro annuale sterminio. “E infatti, a memoria d’americano, non c’è mai stato un tacchino che, prima d’essere ammazzato, abbia chiesto la parola per dichiarare, anche a nome dei suoi colleghi, di essere lieto d’immolarsi per contribuire alla felicità degli americani. Sia lode dunque alla dignità dei tacchini che muoiono ma non ringraziano. Mentre ci sono tanti capi di Stato che, invitati al tavolo del potente alleato americano come ospiti d’onore, fanno la stessa fine dei tacchini. E loro, oltretutto, ringraziano.”

Lo stile colloquiale e snello fa sì che durante tutto il corso della lettura nella mente le parole vengano ripetute con la voce rauca, grave e dal forte e tipico accento siciliano dello stesso Camilleri come se, invece di leggere un libro, si stesse ascoltando nella propria testa un’intervista al Maestro.

Vox Reading

Foto: salanieditore.it

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