L’ordine del giorno, Eric Vuillard.

Recensione di Elisa Benni.

Un evento storico come la Seconda Guerra Mondiale ha miliardi di sfumature, di piccoli avvenimenti che singolarmente sono poco significativi ma diventano fondamentali nella lettura di insieme. Come una riunione, il 20 febbraio 1933, di 24 personaggi, “ventiquattro soprabiti neri, marroni o cognac, ventiquattro paia di spalle imbottite di lana, ventiquattro completi a tre pezzi, e lo stesso numero di pantaloni con le pinces e l’orlo alto”, apparentemente solo riuniti per una festa dove intrecciare rapporti di affari ma che assume tutta un’altra importanza se il venticinquesimo e il ventiseiesimo convenuto sono Göring e Hitler e i ventiquattro originari invitati altro non sono che i ventiquattro più importanti capitani di industria tedesca che in quella sede assicurano sostegno economico al partito nazista ricevendone in cambio, fra l’altro, negli anni a venire l’utilizzo gratuito delle prestazioni lavorative negli internati dei campi di concentramento.

Oppure come un’innocente visita diplomatica a titolo personale fatta da Lord Halifax a Berlino su invito di Göring durante la quale Lord Halifax incontra Hitler e, nonostante si trovi di fronte a un pazzo, delirante e vanesio pare non curarsene restandone quasi affascinato tanto da scrivere “a Baldwin: “Il nazionalismo e il razzismo sono forze potenti, ma non le considero né immorali né contro natura!”. E poco dopo: “Non ho dubbi che queste persone odino veramente i comunisti. E le assicuro che se fossimo al loro posto proveremmo lo stesso sentimento”. Tali furono le premesse di quella che ancora oggi viene chiamata politica di appeasement

Il romanzo di Éric Vuillard, scrittore, regista e sceneggiatore francese, vincitore del premio Goncourt proprio per il romanzo storico L’ordine del giorno, narra i retroscena, le macchinazioni e le minacce che portarono all’Anschluss, l’annessione dell’Austria alla Germania.

L’autore ha romanzato, basandosi su documenti, testimonianze fornite dagli stessi protagonisti alla chiusura della guerra durante il processo di Norimberga, scritti autobiografici e tutto ciò che poteve avere a disposizione, l’inesorabile ticchettio della macchina nazista fatta di minacce, sotterfugi e intimidazioni coperti da un pesante velo di propaganda.

Il nucleo del romanzo è l’incontro clandestino fra Kurt Alois von Schuschnigg, cancelliere austriaco, e Hitler e la sua ristretta cerchia a Berchtesgaden il 12 febbraio 1938 al quale il cancelliere austriaco viene convocato e dal quale non si aspetta, a ragione, nulla di buono.

Von Schuschnigg era il successore di Engelbert Dollfuss che nel 1933 aveva soppresso in Austria il parlamentaristo instaurando un regime autoritario filofascista e che aveva in seguito stipulato trattati volti a proteggere l’Austria dall’ingerenza dell’ingombrante vicino tedesco. Nel 1934 Dollfuss era stato ucciso durante un tentativo di colpo di stato effettuato dai nazisti austriaci e von Schuschnigg, chiamato ad esserne l’erede, aveva fatto condannare a morte tutte le persone coinvolte nell’attentato e reso illegale l’essere nazista in Autria.

Negli anni seguenti però la sempre crescente potenza della Germania aveva portato il governo austriaco a scendere a patti con Hitler nella speranza di mantenere almeno in parte la propria autonomia.

Questa speranza naufragò definitivamente a partire proprio da quella convocazione del 12 febbraio 1938 che portò il cancelliere von Schuschnigg, dietro la minaccia dell’invasione militare, a nominare nel proprio governo tre filonazisti in tre ministeri chiave, a revocare il divieto di ricostituzione del Partito Nazista Austriaco e a concedere l’amnistia ai condannati per l’attentato del 1934.

Dopodiciò i fatti precipitano fino ad arrivare alle dimissioni di von Schuschnigg, alla sua sostituzione con uno dei tre nazisti inseriti nel governo e alla successiva entrata trionfale dell’esercito tedesco sul suolo austriaco chiamato in aiuto per difendere l’ordine pubblico dal neonominato cancelliere (almeno questo è ciò che viene trasmesso all’opinione pubblica).

Il tutto nella più assoluta indifferenza delle altre potenze europee che anzi, in parte, sembrano persino non disapprovare completamente il regime nazista.

Un romanzo carico di fatti e di spunti di riflessione. Un romanzo che è quasi una cronaca, disillusa e potente, dell’orrore nella sua forma arrogante e melliflua.

In quanto scritto nel tentativo principale di dare voce alla cronaca degli eventi, a volte, lo stile diventa fin troppo asciutto abbandonando la narrazione in favore di una riflessione e un’analisi personale dell’autore. Ciò rende la lettura un po’ discontinua e meno fluida rispetto a quello che normalmente ci si aspetta da un romanzo ma concede una sosta riflessiva laddove il lettore tendesse a dimenticare che i fatti narrati non sono pura invenzione.

Vox Reading

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *