Nato fuori legge di Trevor Noah

Recensione di Elisa Benni

LEGGE SULL’IMMORALITÀ, 1927

Allo scopo di proibire illeciti rapporti carnali tra europei e nativi, così come altri atti a ciò correlati.

La Più Eccellente Maestà del Re, il Senato e la Camera dell’Assemblea dell’Unione del Sudafrica promulgano quanto segue:

1. Qualsiasi maschio europeo che intrattenga un illecito rapporto carnale con una femmina nativa, e qualsiasi maschio nativo che intrattenga un illecito rapporto carnale con una femmina europea […] sarà colpevole d’un reato punibile con la condanna a una detenzione per un periodo non superiore a cinque anni.

2. Qualsiasi femmina nativa che permetta a qualsiasi maschio europeo di intrattenere un illecito rapporto carnale con lei, e qualsiasi femmina europea che permetta a qualsiasi maschio nativo di intrattenere un illecito rapporto carnale con lei, sarà colpevole di un reato punibile con la condanna a una detenzione per un periodo non superiore a quattro anni.”

È in una società soggetta a leggi come questa che nasce, il 20 febbraio del 1984, Trevor Noah.

Oggi affermato d-j, comico, attore e conduttore televisivo negli Stati Uniti, Noah è nato nel Sudafrica dell’apartheid da una relazione fuori legge del padre drammaticamente bianco (svizzero tedesco) e la madre innegabilmente nera (di etnia xhosa, una delle tribù migrate da nord verso il Sudafrica all’epoca dell’arrivo degli olandesi, prima, e dei britannici poi).

In questa autobiografia che copre più o meno i suoi primi vent’anni, l’autore racconta della sua formazione scolastica, delle marachelle fatte da bambino e adolescente, del rapporto con la madre, con il padre, con i fratelli, con il patrigno.

Racconta, altresì, il suo essere percepito come estraneo ovunque si trovasse: in una società che inquadrava rigidamente ciascun individuo all’interno di una casella individuata dalla sua razza ma anche dalla sua etnia, il meticcio “di prima generazione” ossia non figlio di genitori a loro volta meticci (i cosiddetti colored) non era definibile. Per questo se qualcuno domandava chi fosse il padre di Trevor la madre rispondeva che “era dello Swaziland” giustificando così il nero meno intenso della pelle di suo figlio.

Di contro questa sua difficoltà di collocamento poteva portare dei benefici che, per esempio, ai suoi amici neri non erano concessi. Essendo percepito come “non nero” sia per i dominatori bianchi che per i vicini neri era da collocare, nella scala sociale, più in alto dei neri. I neri lo chiamavano padrone, consideravano la sua presenza alle cerimonie ufficiali dei propri cari come un privilegio; i bianchi lo inserivano nelle loro classi a scuola per farlo accedere ad una migliore proposta formativa.

Vivendolo con la furbizia di chi aveva nella vita, sin da piccolo, dovuto arrangiarsi e crescere nella povertà più nera cerca di sfruttare ogni privilegio che la vita gli concede pur non sentendosi diverso dai suoi amici neri delle townships, i ghetti per i neri. E per azzerare il più possibile le distanze con gli altri sudafricani generate dal colore della sua pelle, sin da piccolo impara a parlare le lingue di tutti. “La lingua porta con sé un’identità e una cultura, o almeno la loro percezione. Un idioma in comune dice «Siamo uguali». Una barriera linguistica dice: «Siamo diversi».

Il libro propone, nel modo diretto delle vicende narrate in prima persona e con la potenza che solo ciò che è vero può avere, un punto di vista interno su una delle politiche estremistiche di discriminazione razziale può nota del XX secolo.

Emblematico è, inoltre, lo spunto di riflessione che viene offerto nel momento che nella storia di Noah entra un personaggio che si chiama Hitler.

“Dai tempi delle colonie fino a quelli dell’apartheid, i neri prendevano anche un nome inglese o europeo, in sostanza pronunciabile dai bianchi. Quindi avevi quello, seguito dal tuo nome tradizionale e dal cognome: Patricia Nombuyiselo Noah. Nove volte su dieci il nome europeo veniva scelto a caso, copiato dalla Bibbia o da un divo di Hollywood o da un politico di cui parlavano molto i notiziari. Conosco gente che si chiama Mussolini e Napoleone. E, naturalmente, Hitler.

Per un occidentale può essere disorientante. […] Mio nonno pensava che hitler fosse un tipo di carro armato con cui i tedeschi cercavano di vincere la guerra. Per molti sudafricani, la storia del secondo conflitto mondiale si riassumeva in: «C’era uno di nome Hitler e a causa sua gli Alleati stavano perdendo; era così potente che persino i neri avevano dovuto aiutare i bianchi a combatterlo… e se i bianchi dovevano chiedere ai neri di lottare contro qualcuno, quel tipo doveva essere il più tosto di tutti i tempi». Quindi, se volevi che il tuo cane fosse combattivo, lo chiamavi Hitler. Se volevi che tuo figlio fosse un duro, lo chiamavi Hitler. […]

C’è anche un altro aspetto da considerare: il nome Hitler non offende un sudafricano nero perché non è la cosa peggiore che un sudafricano nero possa immaginare. Ogni paese ritiene che la propria storia sia la più importante, il che è particolarmente vero in Occidente. Ma se un sudafricano nero potesse tornare indietro nel tempo per uccidere una singola persona, Cecil Rhodes verrebbe prima di Adolf Hitler. Se la gente del Congo potesse fare la stessa cosa, re Leopoldo del Belgio verrebbe molto prima di Hitler. Se potessero farlo i nativi americani, forse sceglierebbero Cristoforo Colombo o Andrew Jackson.

[…] in Europa e in America, sì, Hitler è il Grande Pazzo della Storia. Ma in Africa è solo un dittatore citato nei libri di storia.

Il libro consente di spostare momentaneamente il centro del mondo, cosa che gli occidentali, i bianchi occidentali, non sono abituati a fare. Ma è una grande opportunità per aprire la mente ad orizzonti diversi (laddove diverso vuol dire solo differente, non diversus).

Vox Reading

Foto: deskgram.net

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