Il nido di vetro di Giuliana Arena

Recensione di Elisa Benni

“Gli esseri umani non nascono sempre il giorno in cui le loro madri li danno alla luce, ma la vita li costringe ancora molte volte a partorirsi da sé.”

(Gabriel Garcia Marquez)

Luglio 2011, amena località montana nei pressi di Milano. Una mamma cammina mano nella mano con Tommaso, il proprio bambino, nella confortante calura estiva. Si stanno godendo i momenti insieme nell’ ultima estate prima che nasca il fratellino che, al momento, è al sicuro dentro la pancia della mamma da poco più di cinque mesi.

D’improvviso una sera un presentimento la fa sobbalzare: una piccola, ma non trascurabile, macchia di sangue si presenta laddove non dovrebbe e, sebbene probabilmente non sia un’avvisaglia preoccupante, occorre velocemente recarsi in ospedale per un controllo.

Il tempo di affidare Tommaso ai nonni e partire alla volta della città.

Giunta in ospedale purtroppo i controlli danno un esito spaventoso: è già molto dilatata e il bimbo pare non aver la pazienza di attendere il suo tempo per venire al mondo.

L’angoscia e la paura diventano una giostra su cui Giuliana viene catapultata con una fionda.

Costretta a fermarsi in ospedale viene assalita da uno tsunami di pensieri: dal senso di colpa di non poter mantenere la promessa fatta a Tommaso che sarebbe subito tornata a casa, al chiedersi perché doveva capitare proprio a lei fino alla rassegnazione massima dell’inevitabile tanto da arrivare quasi, a sperare che il tutto potesse finire velocemente.

Ma, inaspettatamente, nonostante anche una prima perdita di liquido amniotico, il travaglio non inizia. Il suo bambino, quell’ esserino di 22 settimane che, per la legge, i medici non avrebbero l’obbligo di tentare di tenere in vita, si ostina nel tentativo di restare protetto dentro il suo utero a crescere ancora un po’, quell’ infinitesima maturazione che può, però, segnare definitivamente le sue possibilità di vivere una volta nato.

Così trascorre il tempo, passano le compagne di stanza con le loro storie e le loro unicità, ma Giuliana ancora non partorisce.

Nel frattempo, attecchisce dentro di lei la realtà di quell’ esserino che per paura prima aveva quasi rinnegato ma che ora monopolizza ogni sua energia e tutto l’amore di cui una madre è capace nella speranza che aspetti ancora qualche settimana, qualche giorno o anche solo qualche ora a nascere perché possa diventare più forte, più autonomo.

Il piccolo Matteo nasce di 26 settimane e 2 giorni, il 14 agosto 2011. Pesa 830 grammi.

Da qui inizia il suo percorso chiuso nel suo nido di vetro, l’incubatrice nel reparto della Terapia Intensiva Neonatale (Tin). E il percorso di Giuliana fra gli alti e bassi del giorno per giorno, senza potersi aspettare nulla per il domani ma godendosi solo un buon oggi senza aspettarsi mai nulla anche se c’è stato un buon ieri.

Lei torna a casa e si crea una nuova routine quotidiana fatta di apparente normalità: al mattino accompagna Tommaso alla scuola materna; la giornata la trascorre in Tin mentre un turbinio di nonni-zii-genitori degli amichetti si occupa dell’uscita di scuola di Tommaso; la sera rientra a casa per la cena e la nanna mentre Luca, suo marito, va in Tin a passare qualche ora lui con Matteo.

Il libro è una grande testimonianza di un mondo parallelo che, per tutti coloro che non hanno avuto la necessità di passarci attraverso, è poco conosciuto e vive di vita propria ai bordi della realtà con ritmi peculiari, regole autonome, con rapporti di amicizia e solidarietà che vanno al di là della sola empatia.

Un libro autobiografico semplice dal punto di vista della lettura tanto quanto è difficile dal punto di vista emotivo perché nessuno può restare indifferente di fronte a un simile vissuto. Un argomento poco trattato nella letteratura come nella vita quotidiana presumibilmente proprio per il suo forte impatto viscerale e per la difficoltà di spiegare cosa realmente significhi e finisca per rappresentare per il prematuro stesso e per la sua famiglia la Tin e per una madre lottare ogni giorno senza avere potere su nulla.

Un romanzo in cui l’autrice con grande generosità mette a nudo la propria anima per dare una testimonianza importante anche per tante altre mamme che, forse, leggendo questo libro, potranno sentirsi un po’ meno sole.

Vox Reding

Foto: mammeamilano.com

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