Pura invenzione di Liza Ginzburg

Recensione di Matteo Scannavini

Un dialogo tra uno scrittore e la lettura della sua vita. È il tema della collana PassaParola di Marsilio Editori sviluppato da Lisa Ginzburg (Firenze, 1966) in Pura Invenzione, opera di confronto con il prediletto Frankenstein o The modern Prometheus di Mary Shelley. Si tratta di un’esplorazione del celebre romanzo gotico che scavalca il perimetro di normale saggio su Frankenstein per spaziare lungo la dimensione introspettiva e biografica dell’autrice, alla scoperta di se stessa attraverso la riscoperta del libro di una vita.

Nel 1816, l’anno senza estate, Mary Shelley era in Svizzera, in fuga d’amore insieme al marito e poeta Percy. Durante un pomeriggio piovoso trascorso in casa di amici, la giocosa sfida dell’intellettuale romantico Byron di realizzare una storia di fantasmi divenne per Mary, allora diciannovenne, la scintilla per scrivere il capolavoro emblema della letteratura gotica. Pubblicato prima anonimamente nel 1818 e poi con autore rivelato nel 1831, Frankenstein ha trovato fortuna stregando lettori per due secoli con una storia dalla fortissima carica drammatica.

La vicenda del romanzo è ormai nota. Il mostro, creato dal dottor Victor Frankenstein assemblando resti umani, diventa tale perché subisce un sabotaggio dalla nascita: la sua vita ha origine dall’unione di parti morte, il suo demiurgo lo rifiuta, gli nega una compagna e persino un nome. Temuta e respinta dal mondo, la creatura finisce per innescare un climax di orrore e morte. La sola “libertà” che le sarà lasciata dalla società sarà infine quella di togliersi la vita autonomamente.

Un’importante chiave di lettura di Frankenstein evidenziata nel saggio-romanzo biografico è il senso di sradicamento e continuo transito che sembra accomunarne tutti i “fulminati” personaggi. Questa percezione di frammentazione ha una proiezione reale nella vita di Ginzburg, vissuta in viaggio tra Francia, Brasile e diverse regioni d’Italia. La stessa Shelley era in fuga da casa mentre scriveva e questo elemento di euforico nomadismo, suggerisce l’autrice, potrebbe averla ulteriormente stimolata nella realizzazione del suo capolavoro.

L’analisi di Ginzburg coglie inoltre sullo sfondo reciproco del senso di tradimento tra dottor Frankenstein, un “padre e non padre”, e la creatura, un “figlio non figlio”, l’assenza della stabilità della figura materna: un elemento reale della biografia di Mary Shelley, che perse la madre durante il parto, e successivamente di Lisa Ginzburg, che affrontò il lutto del genitore durante la stesura di Pura Invenzione.

Aspetto affascinante del libro è infatti il filo rosso che sembra legare a distanza di due secoli le vite delle due autrici, entrambe scrittrici figlie d’arte di genitori intellettuali: nel caso di Mary, il filosofo politico William Goodwin e la filosofa femminista Anne Wollstonecraft; nel caso di Lisa, i saggisti e accademici Carlo Ginzburg e Anna Rossi-Doria. La “misteriosa assonanza” con la vita di Shelley non è però stata per Ginzburg un criterio di scelta di Frankenstein come lettura della vita, ma una casuale scoperta avvenuta in corso d’opera, come un segno di conferma di aver intrapreso la strada giusta.

Il primo approccio dell’autrice ad una storia tragica come quella di Frankenstein fu paradossalmente un episodio esilarante, la visione della celeberrima parodia cinematografica Frankenstein Junior di Mel Brooks. Solo successivamente la Ginzburg si addentrò nell’oscurità del romanzo, compiendo un processo definito, rovesciando una citazione di Marx, “una farsa che si sovverte in tragedia”.

Forse anche per questo in Pura Invenzione trovano spazio alcuni momenti di natura comica. Tra questi spicca la rievocazione del “gioco degli intellettuali”, con cui la piccola Lisa e il cugino si divertivano in infanzia: seduti sulle poltrone a gambe accavallate ripetevano con caricata “r” moscia i discorsi sentiti nei salotti dei genitori, di solito a tema marxista.

Nonostante la provenienza da una nicchia culturalmente elevata abbia dato ad entrambe le scrittrici una prospettiva privilegiata sul mondo, la stessa ha fatto emergere in loro anche un forte desiderio d’indipendenza, suggerito da più elementi: per Shelley l’invenzione di un mostro dalla forza dirompente, in grado di svincolare ogni inquadramento della realtà, “una creatura che ha divorato la sua stessa creatrice” divenendo immortale nell’immaginario collettivo; per Ginzburg la ricerca e riscoperta di se stessa attraverso l’azione congiunta di lettura e scrittura.

Indipendenza, soddisfazione del senso di mancanza e di frammentazione sono quindi in Pura invenzione obiettivi che la scrittrice insegue e raggiunge, oggettivando i propri nodi tormentosi e prendendone distanza attraverso la condivisione con il pubblico. Questo ci mostra Lisa Ginzburg nel dialogo intimo con la lettura della sua vita: lo sviluppo dell’invenzione come atto catartico, un lavoro quotidiano di cura parola per parola con cui lo scrittore, forse egoisticamente, vuole e può salvare se stesso.

Vox Reading

Foto: eprice.it

1 commento su “Pura invenzione di Liza Ginzburg

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