La Peste di Albert Camus

Recensione di Giacomo Bianco

La peste è ovunque. La peste siamo noi stessi che leggiamo il libro, che lo subiamo. Camus è talmente abile a raccontare i tragici momenti di una comunità colpita dall’epidemia che anche il lettore ha la sensazione di essere contagiato per una sorta di magia, di potere delle parole.

La vicenda è ambientata in un’immaginaria cittadina algerina che si trova sul mare ma gli da le spalle, ne sente l’odore ma non lo vede come quasi a non volere distrarre i suoi abitanti, dediti religiosamente agli affari. D’altronde l’autore lo ripete di continuo che si tratta di un luogo dove tutto gira attorno al lavoro e al commercio, ogni gesto e ogni azione sono svolti in funzione di questo.

In un posto del genere non c’è spazio per la malattia. I malati sono un peso, sono un intoppo alla produzione e la più grande delle distrazioni. Così pensavano gli ignari protagonisti del romanzo prima che la peste piombasse nelle loro strade, nelle loro case e si impadronisse dei loro corpi. È così, che nel giro di poche settimane, la città commerciale e operosa si trasforma in un ricovero di malati e quindi in un cimitero a cielo aperto.

Il caldo, che non dà tregua che per un paio di mesi all’anno, sembra dare più vigore alla malattia e intensificare ancora di più il senso di calore che i corpi avvolti dalla febbre pestilenziale emanano tanto che, ogni qualvolta un acquazzone violento si abbatte sulla città, l’aria fresca invade le case e diventa un toccasana, anche se effimero e inutile, per tutti, malati e non.

Quando, per disposizione del prefetto e su pressione dell’organizzazione dei medici, la città viene isolata, i suoi abitanti si trovano a fare i conti con un altro sentimento che sembra attanagliarli ancora di più della paura della morte, ovvero la mancanza. Da un giorno all’altro, chi ha lasciato la città per affari si trova impossibilitato a rientrare. Questo fa piombare i cittadini in uno stato aleatorio. Restano fermi nell’attimo in cui si sono divisi dai propri cari. Aleggiano sulle strade come ologrammi oppressi dal senso di nostalgia, smarriti e spaventati dal vuoto con cui tutti i giorni avrebbero dovuto convivere.

In tutto questo si cerca di contrastare la peste con gli studi di settore e con tutto quello che si ha a disposizione. Si studia l’evoluzione della malattia, il suo andamento altalenante, il suo trasformismo da bubbosa a polmonare.

Ma quello che rende La Peste un libro unico è il continuo cercare, da parte dell’autore, di trasmettere il più possibile il disagio e i sentimenti dei protagonisti allacciandosi anche a riferimenti importanti come quello manzoniano della peste come scopa che spazza via tutto, sia le cose buone che quelle cattive. Dunque anche qui, come ne I promessi sposi, c’è chi si è avvantaggiato dall’esplosione dell’epidemia sia dal punto di vista economico che da quello legale perché tutto quanto rimane in sospeso durante la peste, non solo i suoi abitanti ma anche le leggi.

Tuttavia non si verificano mai scene di panico o di anarchia, sembra che fatalmente ognuno accetti il proprio destino senza lottare.

Ciò che sorprende di più è che la malattia non diventa un livellatore sociale ed economico. Anzi, avviene l’esatto contrario perché chi ha più disponibilità di denaro è disposto anche a pagare una fortuna per una cena, ad esempio, o per qualsiasi altra cosa che gli regali emozioni che ricordano la vita normale.

Un libro importante e potente. Camus, in queste pagine, porta la sperimentazione dell’introspezione ad alti livelli e chiude con una sorpresa stilistica. Infatti anche se ci porta all’interno del dramma pestilenziale attraverso gli occhi di una manciata di protagonisti, solo alla fine svelerà da quale punto di vista ha raccontato la storia.

Vox Reading

Foto: Vox Reading – Giacomo Bianco

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