La lingua che visse due volte di Anna Linda Callow

Recensione di Elisa Benni

Per la Treccani un popolo è “in generale, il complesso degli individui di uno stesso paese che, avendo origine, lingua, tradizioni religiose e culturali, istituti, leggi e ordinamenti comuni, sono costituiti in collettività etnica e nazionale, o formano comunque una nazione, indipendentemente dal fatto che l’unità e l’indipendenza politica siano state realizzate”

La lingua ebraica ha rischiato, nella sua storia millenaria, di perdersi: per molti anni le varie peregrinazioni che il popolo ebraico ha dovuto subire, come ad esempio quella generatasi dopo la cacciata dalla Spagna del 1492 (cacciata alla quale come unica alternativa era stata concessa la conversione al cattolicesimo), hanno fatto sì che gli ebrei sparpagliatisi ovunque avessero maggiore dimestichezza con la lingua del paese che li aveva accolti o con lingue generatisi per mescolanza piuttosto che con la lingua dei testi sacri, la lingua con cui Dio ha creato il mondo, quantomeno per il parlato.

Quando fu costituito lo stato di Israele nacque una disputa circa quale fosse la lingua da rendere quella ufficiale dello stato: da un lato l’Ivrit (la lingua che attinge dalle origini e dalla lingua rabbinica in cui sono scritti e in cui vengono letti i testi sacri ma che non veniva parlata nella vita di tutti i giorni); dall’altra l’ Yiddish (parlato diffusamente nella vita quotidiana dagli ebrei nell’Europa centro-occidentale ma da molti osteggiata perché vista come la lingua dell’esilio).

In questo contesto nasce Ben Yehuda, sostenitore dell’Ivrit, “padre della rinascita dell’ebraico parlato”[…] La sua azione, insieme a quella di quanti ne accolsero la proposta, creò un nuovo soggetto: l’ebreo che parlava, pensava, sognava esclusivamente in ebraico.

Per il «suo» ebraico Ben Yehuda scelse la pronuncia corrente tra gli ebrei sefarditi, ossia di origine spagnola, di Eretz Israel, e non quella ashkenazita alla quale era abituato, che gli appariva come un simbolo dell’esilio. […] Per tutta la vita lottò per promuovere le proprie idee scrivendo articoli e fondando periodici dalle cui colonne proponeva un nuovo ebreo produttivo ed ebraicofono. Nel 1890 fondò il Comitato della lingua che diverrà poi l’attuale Accademia della lingua ebraica, che si può paragonare all’italiana Accademia della Crusca.

L’ebraico inizia così la sua nuova vita caratterizzata da un ampliamento del vocabolario per poter coprire tutti gli ambiti della vita quotidiana dato che molti termini nei testi sacri non esistevano.

Questa seconda vita non sarebbe però stata possibile se l’ebraico fosse stato soppiantato dalle lingue parlate degli insediamenti ebraici nella diaspora. Ciò non è accaduto anche grazie al fatto che l’ebraico continuasse ad essere insegnato ai maschi ebrei che avevano l’obbligo di impararlo per avere un accesso diretto ai libri sacri. Ciò significa che, però, la conoscenza approfondita della lingua era destinata solo ai rabbini e agli intellettuali che, dopo la formazione di base, che veniva persino messa a disposizione dalla comunità nel caso di famiglie bisognose, avevano le possibilità di approfondirne la conoscenza studiando gli altri testi a disposizione, religiosi e non, e continuando a produrne di nuovi. Una lingua elitaria, pertanto, ma comunque sempre sia scritta che parlata nel corso dei lunghi secoli “oscuri” in cui non è stata la lingua ufficiale di una nazione.

Anche l’oggettiva complessità dell’ebraico ha rischiato di fargli preferire altri idiomi sicuramente più semplici e secolari. Per l’apprendimento dell’ebraico infatti occorre partire da “Dieci sefirot prive di materia e ventidue lettere di fondamento: tre madri e sette doppie e dodici semplici.” Sono queste le “componenti ultime della realtà di cui Dio si è servito per creare il mondo.” Le ventidue lettere, tutte consonanti, compongono le parole: ogni parola presenta una radice formata da tre consonanti che sono “portatrici di un significato di base” a cui si accompagnano le vocali, normalmente non scritte, differenti a seconda che si voglia rendere la radice “una forma verbale, un nome, un aggettivo e via dicendo.”

Di contro oggi l’apprendimento di questo idioma consente un doppio vantaggio essendo sia la lingua ufficiale di Israele e, non essendosi ancora discostata particolarmente da quella dei profeti, di accedere alla lettura di tutti i testi dei grandi rabbini del passato, della Mishnah, del Talmud, della Qabbalah.

L’autrice, Anna Linda Callow, è professoressa di lingua e letteratura ebraica ma è soprattutto una grandissima appassionata della materia, passione che trasuda in ogni fase del libro. Un excursus sulla storia di una lingua “strana” agli occhi (e alle orecchie) dei neolatini ma che accompagna da vicino tutta la storia dell’Europa e del vicino oriente. Un libro che in maniera chiara e non ridondante e senza essere tacciabile di superficialità. affronta un argomento vastissimo per forme e contenuti senza diventare noioso.

Vox Reading

Foto: garzanti.it

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