Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia

Recensione di Riccardo Angiolini

Un presentazione a questo romanzo potrebbe risultare superflua considerano il successo raggiunto ed il prestigio che gli è riconosciuto. Il giorno della civetta opera del siciliano Leonardo Sciascia, autore e drammaturgo, esperto d’arte e uomo politico, è un libro breve, essenziale e conciso che presenta in tutta la sua schiettezza la mafia.

Probabilmente potremmo definirlo il primo e fra i più suggestivi romanzi sulle realtà mafiose in Italia, in questo particolare caso in Sicilia. Pubblicato nel 1961, fu il primo e vittorioso tentativo di portare all’attenzione della letteratura italiana la questione della criminalità organizzata, fenomeno già descritto e condannato da studiosi di fine Ottocento ma ignorato in larga parte dai primi governi della Prima Repubblica.
Il rapporto fra politica e mafia è sempre apparso piuttosto ambiguo, spesso difficilmente delineabile proprio a causa dell’omertoso negazionismo che è linfa vitale dell’associazione mafiosa. Leonardo Sciascia col suo romanzo, ispirato a fatti e testimonianze reali dell’epoca, cercò non solo di assicurare visibilità alla piaga della mafia, ma di sollecitare l’opinione pubblica ad interessarsi a tale fenomeno.

A rendere “Il giorno della civetta” un capolavoro della letteratura a tutti gli effetti non è soltanto la tematica ma anche la sapiente tecnica narrativa scelta dall’autore. Lo stesso Sciascia in una celebre prefazione ammette di aver passato molto tempo, nell’anno di gestazione del romanzo, a tagliare, sintetizzare e ridurre all’osso parti del testo.
Questo processo è giustificato così dallo scrittore “… il risultato cui questo mio lavoro di cavare voleva giungere era rivolto […] a parare le eventuali e possibili intolleranze di coloro che dalla mia rappresentazione potessero ritenersi colpiti. Perché in Italia, si sa, non si può scherzare né coi santi né coi fanti: e figuriamoci se, invece di scherzare, si vuole fare sul serio.”
Un inciso del genere rende già l’idea del panorama culturale grazie al quale la mafia ha prosperato e prospera in Italia, ma chiarisce anche la ragione dello stile adottato da Sciascia, da considerarsi estremamente efficace ed impattante proprio per la sua semplicità.

La “pedina” messaci a disposizione dall’autore per immergerci nelle pieghe e nelle controversie della realtà mafiosa è il protagonista del racconto: il capitano dell’arma dei Carabinieri locale Bellodi.
Il capitano, originario dell’emiliana Parma, si trova a dover affrontare un caso non particolarmente inconsueto per un paese dell’entroterra siciliano, di cui peraltro mai viene citato il nome. Una generalizzazione dell’autore che mira a sottolineare come tali avvenimenti non siano casi particolari e isolati, come alcune dinamiche si presentino e ripresentino a seguito di ogni delitto.

L’asfissiante monotonia della cittadina messa sotto la custodia del capitano Bellodi è scossa dall’omicidio dell’imprenditore locale Salvatore Colasberna, ucciso all’alba da due colpi di lupara mentre era in procinto di salire sull’autobus. Il capitano ed i suoi collaboratori (peraltro non sempre d’accordo coi suoi metodi o il suo operato), nonostante la ritrosia generale del popolino a condividere particolari o indizi, riesce grazie ad alcune lettere anonime ad orientare verso la giusta via le indagini: si era trattato di un omicidio legato alla competizione di opere e appalti.

Come la mafia, entità quasi mitica di cui nessuno o quasi sembra aver mai sentito parlare, fosse infiltrata e agisse in maniera parassitaria all’interno delle comunità siciliane il capitano Bellodi lo sapeva bene. Grazie anche ad un’altra scomparsa piuttosto sospetta di un tal Nicolosi, nonché alla capacità di cogliere ed interpretare i segnali della corruzione mafiosa (morale e materiale), gli “sbirri” guidati dal loro “bargello” riescono a districare una fitta rete di relazioni criminali che portano ad un cosiddetto “galantuomo” locale.
La figura che sta dietro a questo prestigioso appellativo non è altro che un anziano capo mafioso, tale Don Mariano, le cui numerose e influenti conoscenze determineranno gli esiti delle indagini e del processo.

In un finale dalle tinte amare si ritrova tutta la sconsolatezza, l’impotenza e le pessimistiche rassegnazioni che il capitano Bellodi riesce a trasmettere direttamente ai lettori. La bella e misteriosa Sicilia, definita “incredibile” dal capitano di fronte ad alcuni compatrioti parmigiani, non è altro che l’inquietante anticipazione e specchio di quella che è l’ “incredibile” Italia, sempre più contaminata dal germe parassitario della mafia.

Il testo è pregno del significato e dei messaggi che l’autore ha voluto così comunicare al lettore, senza avvalersi di minuziose spiegazioni e lasciando che a parlare fosse l’uomo, le sue azioni e i simboli della modernità. Emblematica e riassuntiva della “missione” di Leonardo Sciascia è la sequenza descrittiva che, durante un’inconcludente e imbarazzante riunione parlamentare a Roma riguardante proprio il problema mafioso, dipinge il sorriso compiaciuto di un altro galantuomo, rasserenato da quella bolgia di ignoranza, omertà e non curanza.

Vox Reading

Foto: Riccardo Angiolini

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