Fossi in te io insisterei di Carlo G. Gabardini

Recensione di Riccardo Angiolini

“Ciao papà, non so se ti spedirò mai questa lettera, ma intanto la scrivo. Ti devo dire delle cose perché qua la vita si fa complessa ed è sempre più difficile capire, restare lucidi, trovare un senso, interrogarsi sulla felicità. Poi ti devo dir delle cose perché tu mi hai sempre spiegato il mondo e da quando non ci sei è il vuoto a ogni dubbio.”
Non esistono parole migliori per introdurre questo libro se non il suo stesso l’incipit. Sono queste le battute iniziali dell’opera di Carlo Gabardini: testo autobiografico che sonda le sfaccettature di una quotidianità, di una vita, privata di un punto di riferimento.

Forse non serve nemmeno introdurre chi è Carlo Giuseppe Gabardini che, prima di affacciarsi sul panorama editoriale italiano, si era già reso celebre come comico e attore interprete della sitcom Camera Cafè. Grazie a questo libro pubblicato nel 2015, al recentissimo “Churchill, il vizio della democrazia” e all’impegno sociale riguardo delicate tematiche sull’identità sessuale, l’autore milanese però ha, da tempo, dato modo di farsi riconoscere per altri meriti. Fossi in te io insisterei è senz’altro uno fra i questi: uno spaccato emotivo di vita comune capace di divertire, emozionare e far riflettere sulle vicende umane a cui tutti dobbiamo rendere conto.

La trama del libro è essenziale e lineare, se di trama vogliamo parlare. Sarebbe più corretto trattare, come lo stesso Gabardini sembra suggerire fra righe e capitoli, di una serie di pensieri, riflessioni, aneddoti e confessioni ordinate in ordine cronologico e di significato. Un flusso di parole rivolte al padre che, scomparso nel 1999 a causa di un tumore, non ha mai avuto modo di ascoltare e commentare. E così la penna dello scrittore si districa in aneddoti e ricordi d’infanzia, adolescenza e maggiore età, sopra i quali la figura paterna ha lasciato direttamente o indirettamente un segno indelebile, ben più ostinato dell’inchiostro. È evidente come tutte le vicende e le tematiche trattate vengano messe in relazione al genitore, alla sua dipartita, come se la sua influenza (o mancata influenza) si rispecchiasse in ciascuna di esse.

Lo stile decisamente informale, ma non per questo povero di significato letterario, conduce e sviluppa l’intero testo come se fosse una lunga conversazione, o meglio un lungo monologo di fronte all’ascoltatore desiderato. Una lettera dunque, estremamente curata nella forma, ponderata nelle divagazioni e particolarmente arguta in quanto a metafore e significati nascosti. Una lunga lettera che, se da un lato esprime il profondo senso di smarrimento provato dall’autore per la scomparsa del padre, apre in maniera quasi impercettibile una porta sulla tematica chiave dell’intero testo: il senso della vita, il senso delle azione che ognuno di noi compie e a cui ognuno di noi attribuisce uno scopo.

Una vita che, come tutti avremo avuto modo di sperimentare, non è mai semplice da affrontare o interpretare. È una strada che, apertaci ancor prima della nostra comparsa, non sappiamo mai come percorrere ed è tutt’altro che rettilinea, ma costantemente accidentata e cosparsa di ostacoli. “Da quando non ci sei è il vuoto ad ogni dubbio” ricorda lo struggimento di Montale quando, nella celeberrima poesia Ho sceso dandoti il braccio, almeno un milione di scale, compiange la defunta moglie Drusilla Tanzi. Un’esternazione di smarrimento che tuttavia, una volta lasciati da parte il dolore e il senso di vuoto, permette di comprendere alcune e fondamentali cose di sé stessi.

La vita ancora da vivere presentata da Gabardini non si riferisce infatti al dopo, a quel che rimane dopo uno spartiacque così impattante come la morte di un padre. Quello che ancora c’è e abbiamo da vivere risiede nella determinazione e nella consapevolezza di ognuno di noi, nell’accettazione di ciò che siamo, ciò che vogliamo fare e proporlo al mondo.
“Perché venir fuori, mostrarsi per chi si è realmente, urlare cosa si desidera per la propria esistenza, non concerne solo la sfera sessuale, riguarda il nostro senso di stare al mondo. Fare coming out significa cominciare a vivere.”

Con racconti, storielle, ammissioni e “tanti cazzi miei”, come afferma scherzosamente Gabardini, il libro mostra esattamente al lettore il senso più vero del coming out, del prendere in mano la propria vita. Una necessità fondamentale da soddisfare se la si vuole vivere senza troppi pesi, rimorsi e rimpianti con sé stessi. Un insegnamento che l’autore, grazie ad una breve e semplice postilla di saggezza paterna, ci invita a seguire: “Fossi in te, io insisterei.”

Vox Reding

Foto: librimondadori.it

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