Ultimo domicilio sconosciuto. Tredici storie sulle Pietre di inciampo a cura di Andrea Tarabbia

Recensione di Elisa Benni

Quando “gli amici della Bottega Finzioni di Bologna” hanno proposto ad Andrea Tarabbia di tenere un corso, lui non ha avuto dubbi: voleva sviluppare un progetto sulle pietre d’inciampo.

Si era imbattuto in alcune di queste pietre a Norimberga, città che, per il proprio nome “italiano” aveva sin da piccolo instillato paura nella sua immaginazione. Le Pietre d’inciampo nascono da un’idea dell’artista Gunter Demnig che, sin dal 1992, incastona nel selciato delle città di mezza Europa questi sanpietrini con la faccia superiore di ottone nella quale sono incise, con poche informazioni, delle vite intere. Ogni pietra riporta infatti un nome, un cognome, una data di nascita e una data di deportazione nei campi di lavoro. Per coloro per i quali sono noti, vengono anche riportati il luogo e la data di morte. In rarissimi casi vengono invece indicati luogo e data di liberazione. Le pietre, nell’intento dell’artista e con il beneplacito delle municipalità che le accolgono, vengono poste in corrispondenza dell’ultimo indirizzo conosciuto di residenza della persona deportata. E, sempre nell’intento dell’artista, dovrebbero sporgere leggermente al di sopra del normale livello del marciapiede o del manto stradale affinché le persone vi inciampino, letteralmente, e non possano quindi ignorarle. In realtà in moltissimi dei luoghi nei quali sono state poste, tali pietre sono a filo col manto stradale o il marciapiede perché riescono ad attrarre l’attenzione anche con il loro solo luccichio (grazie, appunto, all’ottone).

Ogni pietra che negli anni dal 1992 in avanti l’artista ha collocato nelle strade di gran parte delle città d’Europa porta la testimonianza di una persona, una famiglia o una comunità che è stata oggetto di rastrellamenti. Non solo ebrei, quindi, anche se sono certamente la maggioranza. Ma anche sinti, rom, omosessuali, Testimoni di Geova, disabili fisici o mentali, oppositori politici o combattenti per la resistenza.

Ecco allora il progetto portato avanti da Tarabbia per il proprio corso: assegnare a ciascuno dei partecipanti una pietra di inciampo con il preciso compito di raccogliere ogni informazione disponibile, tramite documenti e testimonianze, dirette e indirette, e raccontare, nella maniera preferita da ciascuno, la storia di quelle persone.

Non essendo all’epoca ancora installata alcuna pietra d’inciampo a Bologna, come pietre da assegnare per questo compito vennero scelte quelle installate a Reggio Emilia: Mario Sguazzini, Dante Padoa, Gino Benatti, Ida Liuzzi, Ilma Rietti, Claudio e Gilda Sinigaglia, Beatrice Ravà, Bice, Olga e Ada Corinaldi, Benedetto Melli, sua moglie Lina Jacchia e il loro figlio Giorgio sono i protagonisti di queste storie.

Per ciascuno è stata sviluppata una storia singola e/o una storia famigliare, storie dal punto di vista delle vittime o di chi gli stava accanto, storie di pura finzione (concesse a chi aveva troppe o troppo poche informazioni) o cronache del percorso di ricerca delle informazioni stesse.

Ciascun autore ha, a suo modo, raccontando la storia nascosta dietro al nome ad esso assegnato, soffiato via la polvere dell’oblio ed è come se avesse lucidato, fino a farle risplendere, l’ottone di quelle pietre perpetuando e ampliando l’intento di Gunter Demnig: restituire la voce a un’esistenza, un’esistenza della quale non doveva restare alcuna traccia secondo il piano per la “Soluzione Finale” di Hitler.

Oggi sono ormai più di settanta mila le Pietre d’inciampo collocate in tutta Europa ad eccezione di alcuni paesi che ancora oggi non le accolgono. Nel 2020 sono state poste anche le prime pietre bolognesi.

I personaggi di questo libro non sono altro che una goccia nel mare delle atrocità accadute in quegli anni. Ma ogni goccia ha la stessa dignità del mare intero e per questo raccontare la storia anche solo di una persona affinché la sua memoria non sia cancellata è un passo avanti per la dignità dell’umanità intera.

Stili diversi, forme diverse, un unico intento: la memoria.

Perché “coltivare la Memoria è ancora oggi un vaccino prezioso contro l’indifferenza e ci aiuta, in un mondo così pieno di ingiustizie e di sofferenze, a ricordare che ciascuno di noi ha una coscienza e la può usare” come ci ricordò la Segre nel suo messaggio dopo la nomina a senatrice a vita.

E perché, come disse Primo Levi, “l’Olocausto è una pagina del libro dell’Umanità da cui non dovremo mai togliere il segnalibro della memoria.”

Vox Reading

Foto: ibs.it

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