La straniera di Claudia Durastanti

Recensione di Elisa Benni

Un ragazzo e una ragazza si incontrano, si piacciono, si sposano, e mettono al mondo due figli: un maschio, prima, e una femmina poi. Nel mezzo, si trasferiscono negli Stati Uniti.

E’ infatti negli Stati Uniti che nasce la bambina, che si chiama Claudia Durastanti ed è l’autrice di questo libro.

La particolarità del ragazzo e della ragazza cioè dei genitori dell’autrice, oltre al fatto che danno due diverse versioni del loro primo incontro, è che sono entrambi sordi e vivono la loro disabilità ciascuno in una maniera estremamente singolare, completamente personale e assolutamente dissonante dal il mondo circostante.

In questo contesto e con alle spalle una chiassosa famiglia italiana di immigrati in America (i parenti della madre) crescono Claudia e suo fratello, sempre in bilico fra le proprie percezioni ed esperienze dirette della grande città e quelle della madre (perché il padre per la maggior parte del tempo non è presente) che si interfaccia col mondo in maniera del tutto particolare, allo stesso tempo passionale e conflittuale.

Quando Claudia ha 6 anni la madre decide di tornare in Italia. E’ un cambio radicale: decide di stabilirsi in un paesino remoto della Basilicata, con pochi abitanti e una comunità piuttosto chiusa. Un’ emigrazione a rovescio, la sua che la porta ad essere considerata “la straniera” nel suo stesso paese di origine. Ma la madre di Claudia la vede quasi come una conquista: essere vista per una volta come diversa perché proveniente da altrove e non perché sorda le fa provare un senso di libertà che la fa stare bene.

Pian piano l’attenzione si sposta, mantenendo in parallelo un occhio puntato sulla madre (che rimane piuttosto statica, quasi isolata dalla realtà, ad esaltare ulteriormente la propria peculiarità), focalizzandosi su Claudia, sui suoi problemi di integrazione con i nuovi compagni di scuola e con il nuovo paese in generale. Non si sente però più a proprio agio nemmeno a New York, dove passa le vacanze estive, e dove realizza sempre di più quanto i suoi strampalati parenti assomiglino, per scelta, agli italo-americani della tv, a delle caricature di loro stessi.

Claudia, di fatto, finisce per essere straniera essa stessa: a New York è un’italiana, in Basilicata è la figlia dell’americana, a Londra, dove si trasferisce da adulta, è sempre l’italo-americana (o americanitaliana se vogliamo seguire il suo percorso nel verso in cui si è svolto). Possiede un forte il sentimento di singolarità anche perché in lei aleggia lo spirito ribelle e anche leggermente autodistruttivo della madre che la porta ad affrontare l’adolescenza in maniera irruente, senza particolari discipline (soprattutto quando entra in campo di nuovo suo padre che sembra una sorta di uragano) spesso nascondendo profonde insicurezze, anche nel suo rapporto con gli uomini.

In un libro scritto come un flusso di coscienza mediato dalla razionalità si sviluppano immagini come in un caleidoscopio di avvenimenti dove al centro ci sono sempre Claudia o la madre; come in una sorta di quadro a due facce, una tela dipinta da entrambi i lati, che gira vorticosamente come i due Kandiskij nel film Sei gradi di separazione di Fred Schepisi, le due protagoniste si alternano al centro della scena e a volte si confondono un po’ l’una nell’altra come un tuffo carpiato dal surrealismo all’iperrealismo.

Una biografia e un memoir famigliare scritto in prima persona ma sempre con un’impronta di oggettività dettata da uno stile che “mantiene le distanze” dalla narrazione; una lettura estremamente semplificata da una scrittura lineare e pulita, mai ridondante o retorica, anche nelle parti in cui divaga dalla narrazione di accadimenti per concedersi piccole digressioni dal sapore saggistico sulla società e il mondo.

Vox Reading

Foto: lanavediteseo.eu

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