Ogni parola che sapevo di Andrea Vianello

Recensione di Elisa Benni

Una mattina come tante altre, nella tranquillità di un sabato come tanti altri. D’improvviso una brutta sensazione alla mano destra, che non risponde più come dovrebbe, e immediatamente la necessità di chiamare aiuto. Ma le parole escono confuse, senza senso. Poi solo un insieme convulso di volti, mani, luoghi. Fino al risveglio in un letto d’ospedale. Questa la traumatizzante esperienza di un ictus che il protagonista di questo libro può raccontare in prima persona perché oggi, grazie alla tempestività dell’intervento della moglie, prima, dei soccorsi e dei chirurghi poi, ha superato la gran parte delle conseguenze dell’ictus stesso dopo un lungo periodo di riabilitazione.

Ma Andrea Vianello, noto giornalista e conduttore televisivo, non si limita a raccontare il trauma. La sua è una testimonianza soprattutto della contrapposizione tra pensieri, sentimenti e sensazioni (quindi tra il mondo “interiore”) e il mondo esterno con il quale lui, che delle parole (scritte e parlate) ha fatto un mestiere, non riesce a interfacciarsi. Non solo: per il mondo circostante, si rende conto, chi è stato colpito dall’ictus e ne porta i vari segni sul corpo (bocca storta, parti del corpo non più vitali etc.) è oggetto di compassione mista a una sorta di paura (dettata dall’ignoranza, dalla mancanza di conoscenza) che si traduce in una serie di tabù intorno a questo tipo di deficit neurologico.

Vianello racconta la frustrazione del rendersi conto che i pensieri sono intatti ma il suo corpo è come se avesse perso la memoria anche dei movimenti più elementari, quelli che normalmente vengono appresi nei primi anni di vita come l’articolazione dei fonemi, la composizione delle parole sia parlate che scritte ma anche gesti elementari della vita quotidiana come sbucciare un uovo sodo.

All’inizio, per comunicare con il mondo esterno, a volte si trova costretto a riassumere pensieri complessi in espressioni laconiche semplicistiche, utilizzando le poche e stentate parole che ancora riesce consciamente a comporre. In altre situazioni invece riesce a barcamenarsi con apparentemente complicati giri di parole ma che il suo cervello riesce a compiere in maniera inconscia vista la sua necessità, che è divenuta un abitudine sul posto di lavoro, di riempire di una cascata di parole i momenti di vuoto televisivo.

Man mano che si addentra nel mondo dei “colpiti dal fulmine”, come li definisce lui stesso, apprende come da un evento tutto sommato simile si possa sviluppare un mondo colorato da un arcobaleno di problemi diversi: afasia, anomia, aprassia e tanti altri.

Tra questi lo colpisce molto il Neglect “che subisce solo chi ha avuto una lesione nell’emisfero destro, non il mio. È una strana patologia, un mistero cerebrale molto invalidante e bizzarro, davvero stavolta è giusto dire che lascia le persone a metà: perché tutto quello che si trova alla loro sinistra non esiste più. Suoni, sensazioni, presenze, visuale, percezione. Tutto sparito, tutto volatilizzato. Il mondo per loro si è dimezzato. E quindi lo sventurato che si ritrova con il Neglect come conseguenza dell’ictus smette di considerare qualsiasi cosa esista alla sua sinistra, la ignora, la snobba involontariamente, la rimuove, non comprende più neanche che esiste. Con effetti devastanti: mangiano solo metà del cibo nel piatto, non si lavano la parte sinistra del corpo, non si truccano il viso nella parte sinistra, non si fanno la barba nella parte sinistra, indossano camicie e golf infilando solo la manica destra, urtano mobili, oggetti, stipiti di porte che per loro sono invisibili. A volte pensano che la loro mano sia una mano di un altro che li minaccia, qualcuno che appartiene al mondo oscuro che non conoscono più, a volte hanno la paura della loro condizione, a volte invece ne sono consapevoli e ci ridono sopra, su questa assenza e negazione di tutto lo spazio alla loro sinistra.

Con pazienza e dedizione e con l’aiuto degli specialisti che, l’autore tiene molto a sottolinearlo, la sanità pubblica può fregiarsi, inizia il percorso di riabilitazione e ottiene risultati con tenacia e applicazione tanto da riuscire a scrivere il libro (utilizzando peraltro anche parole tutt’altro che di uso comune come sesquipedale e maramalda.

Una testimonianza importante per rompere il muro del silenzio, per scardinare quei tabù contro cui l’autore stesso ha sbattuto ma anche per affermare, una volta di più, che si può risalire, che il nostro cervello, quella meravigliosa macchina ancora ignota in tanta parte, ha la meravigliosa capacità di cercare in tutti i modi di sopperire alle funzioni che hanno sede in zone che non funzionano più con altre sue parti funzionanti.

Un libro scritto per essere divorato in poche ore di lettura.

Vox Reading

Foto: librimondadori.it

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *