Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio, di Remo Rapino

Recensione di Riccardo Angiolini

Candidato al premio Strega 2020, Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio è l’ultimo romanzo ad opera di Remo Rapino. Un titolo essenzialmente bizzarro, che tuttavia riassume perfettamente un libro altrettanto insolito per quanto unico nel suo genere. La narrazione gravita difatti attorno alla figura di Liborio Bonfiglio, cittadino di un’Italia che stava inesorabilmente per mutare, personaggio e vittima inerme di un tempo storico, il Novecento, che fu la fortuna di molti ma che fece sconti a pochi.

Liborio nasce in un paesino del meridione italiano mai specificato, a cavallo fra i monti ed il mare Adriatico, agli albori del Ventennio fascista. Proviene da una famiglia estremamente povera, una delle tante che esistevano allora, accudito dalla madre e dal nonno materno, abbandonato da un padre cui gli occhi, come sua madre usava ricordargli, aveva fedelmente ereditato. L’infanzia del piccolo Liborio è segnata dalla Storia e dal fato, dall’epoca in cui crebbe e dai “segni neri”, come egli stesso li chiamava, che gravavano sulla sua esistenza fin dalla nascita. E così sarà costretto a fronteggiare le morti del nonno e della madre, prestarsi giovanissimo ai primi lavori della sua vita, convivere con gli orrori della seconda guerra mondiale e sperimentare le prime pene d’amore. Una serie di eventi e disgrazie che toccano Liborio ma non lo abbattono, piuttosto prefigurano il travaglio che rappresenterà l’intera sua esistenza.

Liborio è un ragazzo di buon cuore, dall’animo gentile, eppure relegato ad una solitudine che mai lo abbandonerà. Questa sua perenne condizione sarà dettata un po’ dal caso e un po’ dalla sua natura: Liborio infatti è un uomo semplice, non brillante per intelletto e, come egli stesso ammette all’inizio del testo, può definirsi una “cocciamatte”. E con quella sua testa un po’ matta, impenetrabile e allo stesso tempo estremamente sensibile rispetto a ciò che la circonda, il solitario Liborio Bonfiglio sarà costretto ad allontanarsi dal proprio paese natio, prima per la leva militare e poi per vicissitudini della vita.

Queste stesse vicissitudini lo accompagneranno nella sua trasformazione da giovane ad uomo, conducendolo da un luogo all’altro nella vivace Italia del dopoguerra, sempre arrangiandosi per vivere al meglio nonostante l’incombenza dei segni neri che lo perseguitavano. Fra duro lavoro, rivendicazioni operaie, prostitute e spostamenti Liborio, con la sua testa da cocciamatte e la sua eterna solitudine, si fa strada nel marasma di quel momento storico. Fortune e sfortune lo sfiorano e gli si affastellano sulle spalle finché, ormai al temine del suo girovagare, proprio queste lo riportano nel paesello dov’era nato.

Le peripezie di Liborio Bonfiglio, orfano di un mondo che l’aveva sempre rigettato, sono da egli stesso raccontate quasi al fine dei suoi giorni, stese di suo pugno in un quaderno a righe. Remo Rapino lascia, dunque, che sia lo stesso protagonista l’autore del proprio racconto, delle proprie avventure, concedendogli così un uso della lingua italiana a dir poco scomposto. Liborio si esprime infatti in un italiano raffazzonato, dialettale, povero nella struttura sintattica ma denso di contenuti, spesso in balia della marea che sono i suoi pensieri e le sue emozioni. Viene dunque utilizzata da Rapino una tecnica di scrittura che riprende in modo deciso il cosiddetto flusso di coscienza. In questo modo l’autore conferisce uno strano equilibrio al testo, allo stesso tempo scorrevole e piacevole alla lettura quanto soggetto ai limiti espressivi dell’umile Liborio.

Il nucleo centrale dell’intera opera è senz’ombra di dubbio la sconfinata e desolante solitudine che affligge la vita del protagonista, o per meglio dire la accompagna, concedendogli a tratti la pace e a tratti la tempesta. Sarà questa condizione di perenne isolamento e abbandono a gravare sulla salute mentale di Liborio, già messa a dura prova dalle fatiche della vita, e che lo renderà quasi sempre succube del fato a lui avverso. E nemmeno di vera e propria sfortuna si può parlare poiché, in fondo, i segni neri che perseguitano il protagonista altro non sono che gli effetti di un tempo che scorre, muta e procede inesorabile, favorendo alcuni e travolgendo altri nel cieco avanzare della Storia.

Ed è proprio in mezzo a questo tumulto che il lettore, attraverso gli occhi dell’ “eroe” sconfitto che Liborio rappresenta, può riscoprire e rivalutare il ruolo della famiglia, degli affetti, del controllo sul proprio tempo. Grazie alla storia umana di Liborio, da lui narrata a cuore aperto, è possibile riflettere sul significato della nostra esistenza, sul nostro passaggio in terra, sulle azioni che compiamo e sulla morte che ci attende, senza fare alcuna distinzione in base a meriti e giustizia. Il romanzo di Remo Rapino è un sentito, commovente e travolgente concentrato di pura umanità: la storia e l’anima di un uomo messe a nudo; un uomo che, pur portatore di una testa un po’ ammattita, non è tanto diverso da ognuno di noi.

Vox Reading

Foto: amazon.it

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