Buonisti un cazzo di Luca Bottura

Recensione di Elisa Benni

Chiunque dica o anche faccia cose concrete per i più sfortunati viene deriso, tacciato di secondi fini, assimilato ai Buzzi, definito col più rotondo e sgraziato degli aggettivi: buonista.

Be’, buonisti un cazzo.

Buoni, semmai. Non perfetti, non santi, non intangibili. Ma buoni. O, se preferite, migliori. Migliori di chi gorgoglia razzismo più o meno mascherato e cerca sempre un nuovo pusher di palle – giornali, politici, buffoni vari che lucrano sull’intolleranza – con cui giustificare la propria coscienza livorosa.”

Il razzismo e il sovranismo imperante sono al centro di questo libro, un po’ biografico, un po’ flusso di coscienza, di Luca Bottura.

Bottura ripercorre la sua formazione, le opportunità lavorative che lo hanno reso il giornalista che è oggi ma anche quelle alle quali ha rinunciato per rispettare sé stesso e le proprie opinioni a discapito di maggiore visibilità e maggiori guadagni.

Racconti sui suoi primi passi a l’Unità, sul lavoro del padre come ferroviere, sulle trasferte per gli incarichi come giornalista sportivo al seguito delle squadre bolognesi. E, a partire da questi, riflessioni su svariati argomenti fra cui quelli di stretta attualità come la politica nei confronti dei migranti e l’accoglienza o quelli da lungo tempo al centro del “Bottura-pensiero” come la lotta all’evasione fiscale (praticata anche in prima persona con l’imposizione al commerciante di turno dell’emissione dello scontrino).

Ma soprattutto, con abbondante uso di sarcasmo, a volte un po’ caustico, una riflessione sui tempi che stiamo vivendo, dove la credibilità e l’autorevolezza non si guadagnano con anni di studio ed esperienza lavorativa ma a suon di followers e condivisioni su Facebook, dove è sufficiente cambiare opinione rispetto a quella dichiarata il giorno prima e urlarla più forte per raccogliere voti anche da quelli che il giorno prima sarebbero stati discriminati.

Tempi in cui i populismi crescono ergendosi a difensori delle paure della pancia della gente che pensa solo al proprio orticello mentre dalla parte politica da cui dovrebbero venire segnali di tolleranza, di inclusione, di diritti umani di base arrivano solo diatribe sulla forma, immemori della sostanza.

Un libro, scritto con uno stile asciutto e diretto, che non fa sconti, che non demanda alla lettura fra le righe il proprio messaggio ma che lo impone, chiaro e netto, un libro che strappa anche svariati sorrisi, con un retrogusto un po’ amaro. Una satira che fa riflettere, proprio come dovrebbe la buona (e non buonista) satira.

Vox Reading

Foto: amazon.it

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