Il sogno della macchina da cucire di Bianca Pitzorno

Recensione di Elisa Benni

Orfana di madre e padre sin dall’infanzia, la protagonista che narra le proprie vicende in prima persona viene cresciuta dalla nonna e da lei iniziata al proprio mestiere, quello di sarta. Non certo una sarta da alta sartoria, per quello ci sono i grandi atelier a cui le famiglie benestanti si rivolgono per i vestiti delle grandi occasioni, bensì una sarta che serve un po’ a tutti in un’epoca in cui gli abiti non sono usa e getta ma vengono messi a misura, rammendati e, per le famiglie meno abbienti, passati da un fratello all’altro fino a quando non si lacerano irrimediabilmente.

Per non legarsi alle sorti di una singola famiglia, come sarta accetta lavori a giornata mantenendo una certa autonomia pur continuando a ricercare e a ritenersi fortunata quando viene chiamata a lavorare nella casa di qualche famiglia benestante o aristocratica per creare corredi, per sistemare e ammodernare orli e occhielli: lavori che durano mesi e incarichi che possono creare un rapporto quasi esclusivo fra famiglia e sartina che, con questo introito quasi fisso, riesce a garantirsi una certa tranquillità per le proprie spese.

Grazie agli insegnamenti della nonna, la sartina riesce a garantirsi un reddito e a sostentarsi anche quando, verso la metà della sua adolescenza, anche la nonna muore.

Rispetto ad altri appartenenti al suo ceto che vivono nel suo stesso vicolo, infatti, lei riesce a nutrirsi regolarmente con cibo fresco, riesce a mantenere in maniera decorosa le due piccole stanze in cui viveva con la nonna e in cui la padrona di casa le consente di continuare ad abitare a patto che, come la nonna, garantisca la pulizia quotidiana delle scale del condominio soprastante e riesce persino a concedersi un paio di biglietti all’anno per il loggione del teatro dell’opera.

Questo grazie soprattutto al rapporto di rispetto e amicizia che instaura con la signorina Ester Artonesi, figlia di un latifondista e proprietario di un birrificio molto facoltoso e molto anticonformista che aveva educato anche la propria figlia, fornendole un’istruzione che molti avrebbero giudicato inappropriata per una donna, a non farsi sopraffare dalle ingiustizie, anche e soprattutto, quando queste vengono perpetrate in nome del pubblico decoro.

Grazie sempre a questo rapporto privilegiato e alla sua innata curiosità, riesce persino, da autodidatta, ad imparare a leggere e scrivere, grazie anche a quei giornaletti che Ester riceve ogni settimana e che, una volta letti, dona alla sartina.

Da Ester, inoltre, riceve un regalo magnifico e molto prezioso: una macchina da cucire portatile a manovella, uno strumento che le garantisce, oltre tutto, di lavorare più in fretta e di accedere a commesse che, differentemente, non avrebbe potuto soddisfare.

Nelle lunghe giornate di lavoro, girando per le case dei signori e frequentandone la servitù, la sartina viene a conoscenza dei più inaspettati retroscena delle cronache dell’epoca. Sempre composta e instancabile lavoratrice, viene, suo malgrado, coinvolta in delitti, scandali e complotti fra i quali si destreggia con grande maestria.

Un libro che è anche una splendida fotografia (chiudendo gli occhi la si vedrebbe rigorosamente color seppia, vista l’epoca), di una società molto rigida e stratificata ma percorsa, grazie ad alcuni personaggi, dai primi vagiti di riscatto sociale sotto forma di rottura delle convenzioni che assegnano i ruoli e le posizioni per nascita in base al genere o alla genealogia.

Vox Reading

Foto:lafeltrinelli.it

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