L’Odissea raccontata da Penelope, Circe, Calipso e le altre di Marilù Oliva

Recensione di Elisa Benni

L’Odissea, di cui tutti hanno sentito parlare almeno una volta in vita propria, è il poema che narra delle vicissitudini di Ulisse (al secolo, Odisseo) nel suo viaggio di ritorno verso la terra natia dopo la guerra contro la città di Troia.

L’Odissea infatti ha inizio poco dopo la fine dell’Iliade (ossia il poema sulla città di Ilio): gli eserciti achei, riunitisi e rimasti sulla piana dinanzi a Troia per dieci anni per riportare a casa la regina di Sparta, stanno finalmente tornando a casa.

Alcuni non hanno difficoltà a fare ritorno, ma incappano in pericoli inaspettati proprio dentro le dimore famigliari. Ulisse invece, avendo fatto arrabbiare alcuni Dei, si ritrova ad essere sballottato un po’ ovunque nel Mar Mediterraneo mentre a casa, a Itaca, un insieme di nobili arrivisti si è stabilita nella sua dimora e vive dilapidando il suo patrimonio insidiandogli la moglie perché rinunci ad attenderlo e sposi uno di loro rendendolo sovrano.

Nel poema omerico il protagonista indiscusso, a partire dal titolo, è ovviamente l’eroe, il multiforme Ulisse dall’intelletto eccelso, dalla furbizia senza pari e dell’avvenenza che fa girar la testa a mortali e non.

Marilù Oliva rilegge invece il poema rendendolo un canto corale tutto al femminile pur mantenendo, ovviamente, centrale la figura di Ulisse; perché se è vero che nell’Odissea non vi è alcun uomo che possa anche solo provare a rubare ad Ulisse il suo ruolo principale, è vero anche che l’eroe è costretto a condividere la scena col caleidoscopio di figure femminili di cui la vicenda è costellata: dalla ninfa Calipso, che pur leggendo la nostalgia nell’animo dell’eroe non vuole lasciarlo andare fino a che non gli viene ordinato dal Sommo Zeus , alla maga Circe, che inizialmente vuole trasformare anche Ulisse, come i suoi compagni, in animale ma che, non essendo riuscita a vincerlo in astuzia decide di farselo alleato e di accoglierlo nel suo talamo, passando per Nausicaa, le sirene, Euriclea e la stessa moglie Penelope, senza dimenticare la potente voce che sempre accompagna Odisseo (e la narrazione in questo libro) e lo accudisce, la glaucopide dea Atena, partorita dalla testa di Zeus dopo che lo stesso aveva mangiato la madre Metis, già incinta.

La stessa Marilù Oliva spiega come questo libro dovesse essere, nel suo intento, “un lavoro di riscrittura fedele al testo originale, che desse voce alle diverse e corpose figure femminili qui incontrate, il cui ruolo è rivoluzionario rispetto all’altro poema omerico.” Nell’Iliade, infatti, le poche donne presenti, in primis Elena, non sono figure rilevanti. Sono meno che comprimarie e nessuna, di fatto, nel corso della narrazione influisce sul corso delle vicende, quantomeno non in maniera diretta. Infatti, la stessa Elena influisce sulla storia solamente per effetto di Paride e della promessa ottenuta da Afrodite di fare innamorare di lui la più bella mortale a patto che lui le assegnasse il pomo d’oro, attestante il primato di bellezza fra le dee. O, per esempio la schiava Briseide che non incide direttamente sul conflitto ma come oggetto della diatriba fra Agamennone e Achille per effetto della quale Achille si rifiutò di scendere sul campo di battaglia, almeno fino alla morte di Patroclo. E si potrebbe andare avanti a lungo.

Nel caso dell’Odissea invece le figure femminili sono già essenziali nel poema omerico originale poiché senza di loro l’intero poema non esisterebbe. Lo spunto originale di Marilù Oliva è quello di esaltare questo aspetto riscrivendo una Odissea dove le vicende classiche vengono viste dai molteplici punti di vista femminili.

Pur concedendosi qualche piccola licenza poetica funzionale al cambio di prospettiva, l’esito è non solo un buon esercizio di stile ma anche una interessante e valevole rilettura di un classico senza tempo, senza snaturarne l’essenza.

Vox Reading

Foto:solferinolibri.it

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