56 giorni di Francesca Segal

Recensione di Elisa Benni

Venerdì 2 ottobre 2015, con parto cesareo, l’autrice da alla luce due gemelle, al momento senza nome. Le due gemelle hanno portato a termine solamente trenta settimane di gestazione nonostante una gravidanza apparentemente senza insidie e pesano circa un chilo la Bimba A e un po’ meno la Bimba B.

Per questo vengono subito ricoverate in terapia intensiva neonatale dove resteranno fintanto che non avranno risolto i vari problemi connaturati alla loro prematurità. Piene di tubicini e di sensori che fanno risuonare nella stanza allarmi ad ogni piccola variazione di stato, inavvicinabili se non da mani esperte e dopo procedure infinite di sanificazione e sterilizzazione, iniziano il loro percorso di crescita non senza pericoli incombenti.

Nel frattempo, la madre viene dimessa dall’ospedale ed inizia per lei e per il marito una vita tutta nuova che orbita attorno al Central Hospital dove Francesca impara ad essere madre, iniziando dall’allattamento: le sue bambine hanno necessità di essere nutrite con il suo latte per cui lei deve tirarselo spesso e per lunghi periodi nonostante le gemelle possano cercare di digerirne solo poche gocce per volta. Ed è nella sala della mungitura (come subito viene ribattezzata la sala dove le mamme si recano per tirarsi il latte) che si crea un senso di comunità e vicinanza, quasi di sorellanza; con le altre mamme ci si sostiene a vicenda, ci si comunica quotidianamente i progressi o i problemi dei propri pargoli rinchiusi nelle loro gabbie di plexiglass e ci si cura tutti i dubbi e le insicurezze da cui si viene immancabilmente assalite.

È qui che Francesca scopre di essere fortunata perché la soglia della trentesima settimana (oltrepassata nelle 36 ore di ospedalizzazione intercorse tra le prime avvisaglie di problemi e il momento del cesareo) alza di molto la percentuale di sopravvivenza delle bambine. È qui che Francesca scopre come interfacciarsi con i medici, quali siano le infermiere più premurose e quelle da evitare. È qui che Francesca e Sophie, madre di un bambino di nome William nato di 28 settimane e veterana del reparto, si immaginano il futuro matrimonio di William e A-lette, una delle gemelle che continuano a non avere un nome.

Dopo alcune settimane, B-lette manifesta progressi tali da consentirne il trasferimento presso il Local, l’ospedale decentrato dove vanno i bambini che non richiedono più un monitoraggio intensivo e l’assistenza assidua del Central ma che ancora non possono essere mandati a casa con i genitori. L’emozione e l’entusiasmo sui progressi di B-lette stridono però con i problemi logistici che questa nuova configurazione comporta dato che Francesca dovrà dividersi fra i due ospedali, che distano sei chilometri e mezzo l’uno dall’altro, ma dove è ugualmente importante la sua presenza. Inizia così un periodo di sensi di colpa a senso unico alternato perché la sua presenza per una delle gemelle si traduce in senso di colpa per la sua assenza nei confronti dell’altra.

Finché finalmente anche A-lette può essere trasferita al Local e le cose prendono finalmente il giusto verso.

In questo suo romanzo, Francesca Segal apre al lettore la propria anima come in un diario. Un flusso narrativo che parte direttamente dal cuore e aiuta a entrare empaticamente in contatto con la sua vicenda e ad apprezzare la mancanza di censure sulle problematiche mediche e psicologiche legate alla sua esperienza, più comune di quanto si possa pensare.

Una vera e propria finestra spalancata su un mondo difficile, spaventoso ma anche pieno di aspettative, di speranze, di emozioni e dove si possono incontrare soli splendenti che aiutano a resistere alle tenebre.

Vox Reading

Foto: ibs.it

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